Sindrome della Capanna

La sindrome della capanna è una condizione psicologica che porta gli individui a non voler uscire dalla propria abitazione. Questa è vista come sicura, in un periodo storico in cui all’esterno delle mura, a causa del Covid-19, non ci si riesce a sentire completamente tranquilli.

Questa condizione si radica nel 1900, periodo della corsa all’oro per l’America. I cacciatori d’oro erano costretti a passare i rigidi inverni all’interno di capanne, impossibilitati ad uscire a causa della temperatura.

A lungo andare, rimanendo barricati all’interno delle abitazioni, sviluppavano un senso di insicurezza e agitazione all’idea di uscire.

Che cos’è la sindrome della capanna

La sindrome della capanna (o del prigioniero) non è propriamente riconosciuta come disturbo mentale, quanto piuttosto come condizione psicologica.
Si manifesta dopo lunghi periodi di distacco dalla realtà, e in Italia sembra che possa esserci un boom di casi in seguito ai quasi due mesi di lockdown totale dovuto all’emergenza Covid-19.

L’emergenza sanitaria ci ha costretti ad un cambio di abitudini e routine, riscoprendo una vita più tranquilla, differente da quella frenetica cui eravamo abituati. C’è chi in questa riscoperta ha trovato conforto, si è abituato velocemente alle nuove routine, creandosi un senso di sicurezza nel proprio isolamento.

Ora, la prospettiva di abbandonare quella sicurezza e affrontare il mondo esterno crea sconforto. Uscire e vedere tutte le persone per strada con i dispositivi di protezione, rispettare le norme di distanziamento sociale rappresenta un drastico cambiamento e non tutti si sentono a proprio agio, tendendo a rifiutare questa nuova realtà.

Come riconoscerla e uscirne

La sindrome della capanna si manifesta con irritabilità, frustrazione, sfiducia verso il prossimo, tristezza e paura. A questi sintomi si aggiunge una costante sensazione di stanchezza, associata alla necessità di riposarsi spesso, mancanza di memoria e impossibilità a concentrarsi.
L’idea che il Covid-19 non sia affatto sparito e che a causa di un nostro comportamento sbagliato possa tornare fa sì che le mura domestiche siano viste come unico luogo sicuro.

Se ci si trovasse a dover affrontare questa condizione volendone uscire, “io suggerirei alle persone di fare dei passi graduali, per cominciare a rientrare nella vita”, dichiara la psicoterapeuta Sara Reginella a Il Tempo. Fissarsi dei piccoli e graduali obbiettivi da raggiungere e una nuova routine che preveda anche qualche uscita sono dei passi fondamentali.

Bisogna mandare messaggi di speranza, con una informazione corretta”, continua lei, “di fronte alla paura la gente o nega il problema e fa gli assembramenti, oppure si chiude in se stessa”.
Nel casi più esasperati “bisogna intervenire con la psicoterapia”.

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